Contenuto principale

Il Camoscio appenninico

Nome delle specie: Rupicapra pyrenaica ornata

Distribuzione generale delle specie a livello europeo e nazionale. Evoluzione della popolazione
Sulla base di studi genetici, morfologici, paleontologici e comportamentali, Rupicapra pyrenaica ornata, è ritenuta una sottospecie a sé stante, ben differenziata dal Camoscio alpino. Rupicapra pyrenaica ornata è presente esclusivamente in Italia e l'areale attuale appare estremamente ridotto rispetto a quello che occupava nell'Olocene quando comprendeva la catena appenninica centro-meridionale, tra i Monti Sibillini (Marche e Umbria) e il Massiccio del Pollino (Calabria). Durante i tempi storici, la caccia e il forte impatto esercitato dall'allevamento, principalmente ovi-caprino, portarono al progressivo isolamento dei nuclei e scomparsa di *Rupicapra pyrenaica ornata da gran parte del suo areale. Con la sua estinzione sul Gran Sasso intorno al 1890, rimase un'unica popolazione, nell'area che sarebbe poi diventata il Parco Nazionale d'Abruzzo (PNA) nel 1922. Questo nucleo rimase per molto tempo a bassa densità, con ulteriori drastiche riduzioni numeriche in occasione delle due guerre. Nel 1949 erano presenti non più di 40 individui, ma anche se oggi la popolazione di Rupicapra pyrenaica ornata nel PNA è stimata oltre i 500 esemplari, il tasso di incremento annuo medio risulta decisamente basso se confrontato con quello di altre popolazioni di Camoscio.
A partire dal 1990, due nuove colonie di Rupicapra pyrenaica ornata sono state costituite nei nuovi Parchi Nazionali della Majella e del Gran Sasso-Monti della Laga.

Progetto per la conservazione di Rupicapra pyrenaica ornata (Camoscio Appenninico)

Dimensioni della popolazione
La popolazione di Rupicapra pyrenaica ornata presente sul Gran Sasso è stimata attorno ai 200 esemplari, e quella della Majella è approssimativamente delle stesse dimensioni.
Come più volte ricordato, una delle azioni prioritarie e fondamentali per la salvaguardia della specie è quella di ampliare l'area occupata dalla specie e costituire e incrementare nuove colonie vitali nel tempo. In questo modo saranno anche in grado di fornire soggetti per la creazione di nuovi nuclei nelle altre aree dell'Appennino che ancora presentano condizioni adatte, o addirittura alla colonia madre del Parco Nazionale d'Abruzzo Lazio e Molise, ancora vulnerabile nonostante la protezione e il controllo a cui è sottoposta.

PDF Carta della distribuzione del Camoscio Appenninico nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga (237Kb)


Biologia, ecologia ed etologia

Pascoli estivi e zone di svernamento
Durante l'arco dell'anno, il camoscio appenninico frequenta due aree distinte: una di estivazione e una di svernamento. La prima viene occupata dalla primavera fino all'autunno, in relazione alle condizioni climatiche e all'innevamento; normalmente, si tratta di praterie di altitudine a quote superiori ai 1.700-1.800 m, intervallate da cenge e dirupi. La seconda area è frequentata dall'animale dall'autunno alla primavera ed è costituita da zone meno aperte a quote più basse, boschi di latifoglie e, più saltuariamente, boschi misti con conifere a quote intorno ai 1.500-1.600 m. Di norma, vengono prediletti pendii ripidi dove la neve tende a non accumularsi, con presenza di cenge e rocce sporgenti in modo che i camosci possano trovare cibo anche col terreno innevato e assicurarsi una maggior difesa dall'attacco dei predatori.
I ritmi del camoscio variano durante la giornata in base alle stagioni e alle condizioni meteorologiche, sono strettamente correlate allo stato fisiologico dell'animale (età, sesso, gravidanza), alla lunghezza del periodo diurno e alla temperatura.
Si alternano i periodi di alimentazione a quelli di riposo all'interno dei quali si svolge la ruminazione, i comportamenti sociali e gli spostamenti.
Durante la gravidanza, in una giornata calda di fine primavera, si alimenta nelle primissime ore dell'alba, per riposare e ruminare all'ombra durante il resto della giornata, nel tardo pomeriggio riprende a brucare fino a notte inoltrata, non è escluso che, per soddisfare il bisogno alimentare, pascoli alcune ore anche durante la notte.
Durante le corte giornate invernali, l'attività del branco è concentrata principalmente nella brucatura, resa difficoltosa dall'innevamento.
L'alimentazione si svolge nelle ore centrali della giornata e viene interrotta solo per brevi periodi.

Asili nido sui precipizi
In primavera le femmine gravide si isolano su zone scoscese e boscose che rappresentano le aree di parto. All'incirca alla fine di maggio, nascono i piccoli, in genere un individuo, più raramente due. Spesso vengono rilevati parti gemellari o trigemellari, ma in realtà si tratta di errori di osservazione. Infatti i camosci formano i cosiddetti "asili nido", cioè gruppi formati da una o poche femmine adulte che si alternano con le altre madri nella custodia di numerosi piccoli in modo da potersi più facilmente nutrire, senza impegni di allattamento e di sorveglianza. I piccoli imparano presto a seguire la madre e a rifugiarsi sulle pareti più scoscese e irraggiungibili dove sono più al sicuro dall'attacco di lupi e aquile; si uniscono presto al branco, costituito dalle femmine adulte con i giovani, per pascolare e scorrazzare sulle praterie d'altitudine.

La scelta dei pascoli più nutrienti
Studi recenti hanno analizzato la dieta estiva di branchi costituiti da femmine, camoscetti e subadulti di questa specie. Le praterie brucate appartengono quasi tutte a una tipica associazione vegetale piuttosto rara sugli Appennini, più comune invece sulle Alpi, costituita da specie erbacee che vegetano a quote superiori ai 1.800 m e, con maggior frequenza, nelle zone esposte a nord ed est. Questa rappresenta in genere la vegetazione caratteristica delle vallette nivali e dei pendii poco acclivi dove la neve rimane per lungo tempo. Si tratta di praterie in cui sono presenti diverse specie di graminacee e di leguminose particolarmente ricche di proteine e di notevole valore nutritivo. Questi pascoli sono ben noti ai pastori del Gran Sasso (che li chiamano roscia) e a quelli dei Monti della Laga (con il nome di pratura); la grande disponibilità proteica di questa formazione vegetale può provocare nel bestiame domestico gravi fenomeni di meteorismo che possono portare alla morte di intere greggi. Per questo i pastori li evitano all'inizio della stagione estiva o quando sono bagnati.
Nella prima fase dell'estate, i camosci tendono a nutrirsi di specie ricche di fosforo e proteine grezze, estremamente importanti per l'allattamento e la crescita dei piccoli, mentre la dieta di fine estate è più ricca di calcio, magnesio ed elementi fibrosi. I maschi adulti, invece, non hanno particolari esigenze alimentari e si accontentano anche dei pascoli meno ricchi.

La stagione degli amori
Alla fine dell'estate, ai branchi costituiti dalle femmine e dai giovani, si aggregano i maschi adulti che normalmente trascorrono il resto dell'anno isolati o in piccoli gruppi. Da questo periodo, gradualmente, iniziano sia il corteggiamento delle femmine che la competizione tra i maschi che crescono di intensità, fino a raggiungere l'apice alla metà di novembre quando le femmine entrano in estro per essere fecondate. I combattimenti, gli inseguimenti e le altre attività di competizione tra i maschi dipendono dall'età e dal vigore degli individui, di norma esemplari oltre i 4-6 anni. Si formano spesso gruppi di femmine che vengono difesi da un solo maschio che ne controlla di continuo lo stato ricettivo, tenendole quasi costantemente in branco e scacciando eventuali altri maschi competitori. I giovani rivali vengono normalmente inseguiti e scacciati per pochi metri, mentre i maschi adulti vengono rincorsi per distanze ben più lunghe. Durante questa fase delicata e nel pieno periodo invernale i camosci sono più vulnerabili rispetto ai predatori abituali. Sull'Appennino, tra i predatori più pericolosi per il camoscio, ci sono il lupo, che agisce principalmente in inverno e l'aquila reale, che tende a ghermire i piccoli. Meno frequenti risultano i casi di predazione da parte dell'orso che può attaccare singoli individui a sorpresa. Anche le volpi costituiscono un potenziale pericolo per i giovani, come pure i cani vaganti le cui azioni, quantomeno di disturbo, hanno conseguenze piuttosto gravi.

Fonte: Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga